descrizione immagine

Rassegna Stampa

Ministro Foti: "Se resta il 30% salta il tavolo, ma ora niente muscoli"

(intervista di Repubblica al Ministro Tommaso Foti)

«Se si arrivasse davvero ai dazi al 30 per cento ovviamente il tavolo salta, ma ora non è il momento dei toni muscolari», sostiene Tommaso Foti, ministro degli Affari Europei e del Pnrr, big di FdI. «Il quadro è estremamente complesso, anche perché dobbiamo tenere conto di altri fattori: la svalutazione del dollaro, i costi dell'energia, la sburocratizzazione ormai indifferibile delle regole europee». 

E la reazione, forse già oggi, dei mercati. 
«Bisogna evitare che si scateni un effetto panico, che rischia di produrre contraccolpi pesanti. Ci vuole calma, nervi saldi. Va trovato un punto di equilibrio». 

L'obiettivo può essere il 10 per cento, visto che la formula dazi zero pare archiviata? 
«Non parlo di numeri, in questa fase si rischiano solo brutte figure. Credo però che la lettera di Trump, diciamo di natura informativa, nella parte finale lasci trasparire la disponibilità a una trattativa. Ora non dobbiamo farci tirare nello stagno da chi pensa di partire con una guerra commerciale, perché sarebbe veramente molto difficile poi rimettere a posto i cocci». 

Von der Leyen ha gestito la trattativa in modo troppo tecnico e poco politico? 
«Essendo un negoziato commerciale, è giusto che la trattativa abbia aspetti tecnici, ma va colto il dato politico. L'aspetto centrale è uno: va preservata l'unità dell'Occidente». 

La Francia di Emmanuel Macron chiede controdazi immediati. Sbaglia? 
«Non è questione di sbagliare o no. I toni muscolari vanno esibiti alla fine, non adesso. La strategia di Trump è chiara, ma non bisogna reagire in modo sguaiato o non ponderato. Anzi, mai come adesso serve muoversi con molta tattica e capacità negoziale. Questo se si vuole raggiungere l'obiettivo primario, cioè un accordo che contemperi le esigenze di tutti. Poi è chiaro che se non si arriva a questo obiettivo, ci saranno conseguenze. Però non c'è la necessità di battere i pugni sul tavolo, le contromisure sono già state studiate e sono forti. Non vedo la necessità di continuare a reclamarle. Adesso concentriamoci sull'accordo, perché con una guerra commerciale ci facciamo male tutti». 

Macron chiede anche di attivare il meccanismo anticoercizione della Ue. Il governo italiano è d'accordo? 
«Non serve commentare adesso ciò che per il momento non verrà applicato. Non è un problema di Macron o meno. È che non ci si siede per una trattativa scoprendo le carte». 

La Lega sostiene che sui dazi paghiamo le scelte di von der Leyen. Condivide? 
«Ogni partito può commentare come meglio ritiene, resta il fatto che l'obiettivo di tutti è trovare un accordo. Inutile ricercare di chi sia o meno la colpa. Troviamo piuttosto la soluzione». 

L'opposizione accusa Meloni di subalternità a Trump. Subalternità inutile, visti i risultati. 
«Tre mesi fa l'opposizione diceva: Meloni non tratti da sola, spetta all'Europa. Infatti ha trattato l'Europa. Ora invece danno la colpa a Meloni. Lo stesso discorso vale per le spese militari, il famoso 5 per cento da raggiungere. L'hanno firmato tutti quell'impegno, anche i leader socialisti alleati con il Pd. Vorrei augurarmi che l'opposizione giochi per l'Italia. O almeno per l'Europa». 

Il governo sta preparando sussidi alle categorie colpite dai dazi? Gli allarmi lanciati dal mondo produttivo si fanno sentire. 
«Parlarne adesso indebolisce la nostra posizione al tavolo con la controparte. Anche in questo caso, idee precise ci sono. Ma non è il momento né di esporle né di applicarle. Perché la trattativa è ancora aperta e quel 30% si può togliere dal tavolo». 

Per cercare nuovi mercati, l'Italia darà il via libera al Mercosur? 
«Il Mercosur riguarda un'area di libero scambio di 700 milioni di persone. Vi sono alcune questioni che hanno un riflesso per il mondo agricolo e bisogna trovare adeguate compensazioni che consentano di andare avanti. Ma in generale io credo che sia un'opportunità, al netto della questione agricola che va risolta. Di certo dobbiamo guardare ad altri mercati, dall'Asia all'Africa subsahariana, ai paesi del Golfo. È un'occasione di crescita».

(intervista di Lorenzo De Cicco, la Repubblica)